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3 motivi per cui possiamo fare a meno del classico fantasy nord europeo. Se anche tu, come me, ami il mistero, ma folletti, troll e draghi non fanno parte del tuo mondo, continua a leggere per scoprire il fascino del fantasy napoletano!

C’era una volta un bosco incantato, in cui vivevano fate, folletti e gnomi…c’era una volta un mago , una bacchetta magica e un gufo…e poi, fantasmi in castelli arroccati, troll in grotte buie e profonde, streghe sui cucuzzoli di montagne nebbiose ecc…ecc…

“Non è questo il bello dell’immaginazione? Viaggiare con la mente per scoprire mondi diversi, lontani e inconsueti?” Certo! Ma se non fosse necessario allontanarsi tanto per immergersi nel mistero della natura, arrivare fino ai melanconici paesaggi inglesi o alle misteriose foreste nere tedesche per scoprire una realtà parallela? Se il mistero fosse a due passi da noi, anzi, intorno a noi proprio nella città della luce?

Quante storie simili ho letto per diletto personale o per trasportare Davide e Sonia Maria, i miei due figli, oppure i miei “diversamente figli”, i miei studenti, in un’altra dimensione.

Tutto il mondo conosce Napoli per le sue bellezze architettoniche e la sua mirabile posizione, al contempo baciata dal sole e lambita dal mare. Così come, ormai in tutto il mondo, è altrettanto tristemente noto il suo volto oscuro –e non solo per fatti di cronaca, ma soprattutto per i successi mondiali editoriali e cinematografici di casi come Gomorra (libro, film e serie). È la doppia faccia dei quartieri e dei rioni, dove la miseria – con la complicità di uno stato quasi del tutto assente- alimenta la dittatura della prepotenza.

Eppure, nonostante sia proverbiale la superstizione napoletana, forse, la conoscenza dell’esoterismo partenopeo all’estero non va più in là di un curniciello rosso portafortuna, a volte, scambiato per un “piccante”, sì, ma, di sicuro, poco avvincente “peperoncino”. E, talvolta, l’ignoranza delle “Storie e leggende napoletane” , opera del grande Benedetto Croce, non riguarda solo i “non partenopei” –e includo con questa espressione sia stranieri che italiani- ma gli stessi autoctoni.

Anche la sottoscritta, pur essendo una nativa DOC – cresciuta in una famiglia in cui molte storie, come ti dirò, non erano, poi, solo storie!- nel momento in cui ha iniziato ad indagare sui misteri di Napoli, ha dovuto accettare l’idea di non conoscere affatto la propria città, presa di coscienza che, ti garantisco, per un partenopeo rappresenta una sconfitta personale perché ‘e Napule, un napoletano sape tutte cose!

Ma veniamo al punto, anzi, ai 3 punti che, un giorno, mentre leggevo ai miei giovani lettori – nello specifico, una pagina delle Cronache di Narnia- mi hanno rivelato come in un’illuminazione perché il fantasy classico non mi appartiene:

  1. Le ambientazioni: capanne e foreste, castelli medievali con guglie e gargoyle, terre di mezzo, grotte su pendii impervi, borghi fantasma, paludi nebbiose, lagune e paesi glaciali…Questi sono solo alcuni dei più noti setting della narrativa fantasy, ma tutti hanno in comune di non essere reali. Si tratta di luoghi verosimili, tratti da paesaggi indefiniti del Nord Europa. Ma, allora, perché accontentarsi di una scenografia così impalpabile? Se fosse ben definita, con tanto di strade, quartieri, monumenti rintracciabili nella quotidianità e il genere non si limitasse ad ispirarsi ad essi, ma prendesse vita proprio lì?
  • I personaggi: streghe, maghi, fate, folletti, gnomi, troll, hobbit…Certo, dirai, un personaggio fantastico è un personaggio “fantastico”, cioè immaginario per definizione, quindi, non importa quanto sia legato alla quotidianità basta che la storia funzioni. E se invece queste creature fossero realmente esistite e fossero parte integrante della vita degli abitanti della città?
  • La storia: in tutta la tradizione fantasy, la contrapposizione tra magia nera e magia bianca ripropone simbolicamente l’eterna lotta tra buoni e cattivi in chiave sovrannaturale. E se invece questa lotta non fosse puramente allegorica, ma rappresentasse realmente le contrastanti forze che alimentano la vita della città?

Prova a rifletterci, per cercare di dare una risposta a quest’ultimo interrogativo: “Secondo te, può esistere un fantasy napoletano?”

Se non ne sei ancora convinto o semplicemente vuoi iniziare a scoprire qualcosa in più della Napoli Velata, per citare un noto film di Özpetek, non perderti il prossimo articolo…

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A Napoli, le statue non sono semplici opere artistiche ma creature dotate di vita propria. La storia di Marianna, ‘a capa e Napule.

Entrando a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, in piazza Municipio, sul pianerottolo dello scalone centrale, c’è il busto di una donna, che sembra quasi accogliere il visitatore come la custode dello stabile, è Marianna, ‘a capa e Napule.

In realtà, potrebbe facilmente passare inosservata, visto che è il misero ed un unico resto di una statua di età classica, a dire il vero, neanche troppo meritevole.

Forse, oggi, molti Napoletani ne ignorano anche la collocazione ma non l’espressione linguistica tanto che, per il popolo partenopeo, dire Si comme ‘a capa e Napule, riferito ad una donna, ha un solo significato, e non troppo gentile, tiene ‘na capa tanta , una testa, cioè, che non passa inosservata!

L’immobile signora dallo sguardo fermo, le guance paffute e il collo taurino è nota, infatti, per la sua grossa e sformata testa, ma anche perché ha diviso fior, fior di studiosi sulla sua vera natura: divinità greca, Partenope, Marianna…di chi si tratta?

Ah! Quante cose hanno visto i suoi sempre vigili occhi prima di approdare nel suo ultimo porto! Quante storie potrebbe raccontarvi, se solo non le mancasse la parola!

Invogliata dal suo sguardo fermo ma bonario, mi verrebbe proprio voglia di chiederle “Chi eravate  Donna Marianna?”

“Chi ero, figlia mia? È passato così tanto tempo, ca…nun ‘o saccie cchiu manco je! Quello che so è che sono stata creata col nome di Afrodite, nel cuore della città, destinata ad uno dei tanti templi che si ergevano in quella via nota oggi come Anticaglia -cioè Roba Antica, il Decumano Superiore- dove i primi coloni greci hanno voluto omaggiare, con una statua, gli dei che li avevano condotti in una terra tanto generosa.

Il mio corpo di dea della fertilità era sinuoso e i lineamenti del volto armoniosi perché non temevano né il tempo né il dolore. Ero fiera del lavoro svolto dalle sapienti mani del mio creatore.

Come riconoscenza per la devozione offertami, protessi il mio popolo da terremoti, eruzioni vulcaniche, guerre, ma…il tempo degli idoli pagani stava finendo, era iniziata l’epoca di Cristo, del Dio unico e solo, e per una divinità femminile come me, dedita ai piaceri terreni, non c’era più spazio.

Fu così che, il corpo, mi venne strappato: di me, non rimase che una testa mozzata -trofeo per uomini santi e donne virtuose- prima derisa e, poi, seppellita. Perciò, dimenticata.

Riemersi dalle tenebre nel 1594, in pieno Rinascimento, quando non si desiderava altro che far rivivere lo splendore degli antichi; ma non compresero a chi appartenesse quel capo, e l’assenza del corpo diede spazio all’immaginazione.

Da chi aveva avuto origine Napoli? Una sirena? E allora i resti perduti di quel capo di donna non potevano che essere quelli della fondatrice e custode di Napoli.

Il popolo ha iniziato a vedermi più come il volto di una madre benevola che come una divinità distante.

È così che per tutti sono diventata la mortale Partenope, la fanciulla greca che si gettò, nelle acque del Tirreno, dalla nave che la portava via dalla sua patria e dal suo amore, Cimone, trasformandosi in una incantevole sirena e giungendo morta sull’isolotto di Megaride -dove sorgono ora Borgo Marinari e il noto Castel dell’Ovo- primo nucleo della città di Napoli.

Fu in quel momento che accadde. La dura pietra, di cui ero fatta, iniziò a prender vita, a modificarsi: gli occhi si gonfiarono e le gote si appesantirono come dopo un lungo pianto, le labbra si schiusero in un gemito. Conobbi il dolore, ma anche se la passione era stata la causa della mia sofferenza, decisi di riversare tutto il calore di cui mi sentivo piena verso quel popolo che mi aveva scelta come genitrice.

Agli inizi del ‘600, fui trasferita su un piedistallo in Piazza Mercato. Ne fui contenta perché potevo stare in mezzo alla mia gente, quella più semplice. Lì, potei osservare l’ascesa di uno dei miei figli, Masaniello, un pescivendolo pieno di coraggio che, nel 1647, osò opporsi all’opprimente governo spagnolo.

E proprio l’esercito straniero accorso per sedare la rivolta, riconoscendomi come simbolo della città, mi si scagliò contro, deturpandomi. Il risultato fu che il giovane temerario si ritrovò senza vita e io senza il mio naso.

Fu dichiarato lutto cittadino e cercarono in tutti i modi di riparare ai danni sul mio volto. Gli sforzi dei marinai del porto furono vani, ma apprezzai il gesto. Da quel momento, nella mia figura, si fusero il sacro e il profano e, da protettrice, divenni Madonna.

Col tempo ho capito che devo solo a questo “sacro riconoscimento”, il fatto di trovarmi ancora qui, perché i guai per me non erano ancora finiti.

Quando nel 1799 fu proclamata la Repubblica Partenopea, filofrancese, i capi della rivolta, mi identificarono con la Marianna simbolo, in Francia, della Libertà, dell’Uguaglianza e della Fratellanza. Così il popolo si divise in due: una parte mi adorava come una salvatrice e l’altra, fedele ai Borbone, come una traditrice.

Come dicevo, mi salvò il Cielo: tra Madonna, Maronna e Marianna non c’è, poi, questa grande differenza. Finalmente trovai la pace e divenni per tutti Donna Marianna.

Nel 1879 riebbi anche il mio naso, certo non proprio l’originale, ma ne sono grata comunque al mio benefattore, il patrizio Alessandro di Miele, che provvide anche a farmi collocare sulla base di piperno che ancora oggi mi sostiene.

Ed eccomi qua, mia cara. Mi chiedevi chi fossi, eh? Cosa posso dirti. Dopo esser stata creatura divina, vergine affranta, madre, Madonna e patriota…

…Chi è oggi Donna Marianna? Sule ‘na vecchia capa, ‘na capa grossa assaje, su cui il tempo ha lasciato le proprie impronte. Sono le mie rughe, i segni tangibili di chi ero e chi sono oggi: una nonna dimenticata dal suo popolo, derisa dalle nuove generazioni, ma che -come tutte le nonne che si rispettino- non smette mai di vegliare sui propri nipoti.”

Espiazione

Neanche la calura di un pomeriggio di mezza estate -che, nonostante l’ombra del vicolo, si alzava dall’asfalto- ci impedì di tuffarci in un morbido medaglione di bucatini, besciamella, prosciutto cotto e piselli perfettamente domati da una pastella croccante. È il miracolo della frittatina napoletana, regina dello street food partenopeo, alla quale è impossibile resistere anche a 30 gradi e soprattutto se, come noi, vieni dal Nord e sei in piena crisi d’astinenza.

Sia per ingannare l’attesa che ci separava dall’ingresso della Cappella Sansevero, sia perché ormai il clima era di grande convivialità, mio marito ne acquistò tre “pezzi”: una a testa per noi e l’altra per il nostro nuovo amico, l’intrattenitore di file. Salvatore, o meglio Totore, aveva tre figli, di notte lavorava come sorvegliante, attività che amava perché gli permetteva di leggere durante i turni più tranquilli e di avere il pomeriggio a disposizione per arrotondare lo stipendio, allietando l’agonia di qualche turista tra un ingresso museale e l’altro.

Finalmente compresi chi mi avesse riportato alla mente quell’uomo sin dal primo sguardo: mio nonno che, dopo mille lavori, aveva deciso di lasciare, quello che definiva, con un’ inconsapevole paronomasia, il “posto nelle poste”, per fare il tassista, cioè per avere il piacere di vivere ogni giorno la sua amata città, attraverso lo sguardo di turisti affascinati, e di leggere un buon libro tra una corsa e l’altra.

A dispetto di quanto si racconta su questo popolo di Lazzari, è la vera essenza dei partenopei: instancabili lavoratori che sanno, però, godersi le piccole gioie della vita.

Come al solito, da perfetta Bilancia, mi stavo perdendo nelle mie riflessioni filosofiche, quando il Capricorno che ho sposato è sopraggiunto per riportare l’attenzione sulla questione lasciata in sospeso: perché era stata edificata Cappella Sansevero?

Totore, mandando giù l’ultimo boccone e sorseggiando dell’acqua, annuì col capo verso mio marito, soddisfatto di poter riprendere il discorso.

“Forse la domanda corretta da porci non è “perché” ma “per chi” è stata eretta.” Ridivenne serio di colpo, smise le vesti dell’amico al bar e indossò quelle del narratore esperto.

“Quando quella sera si recò al ballo, Fabrizio Carafa, duca d’Andria, aveva già sentito parlare della principessa Maria d’Avalos. La fanciulla era sulla bocca di tutta Napoli, per la sua bellezza e per come avesse fatto a convolare a nozze per ben tre volte, a soli ventotto anni.

Certo, era curioso: vivevano nella stessa città, appartenevano entrambi alla nobiltà napoletana e non si erano mai incontrati. Del resto, come diceva sua moglie -facendosi nervosamente il segno della croce tre volte- meglio stare alla larga da una così, non doveva portare molta fortuna, vista la fine dei primi due mariti, morti entrambi, e quanto al terzo, il cugino minore Carlo Gesualdo, signore di Venosa, stava alla moglie come il diavolo e l’acquasanta. Solo che il diavolo non era lui.

In effetti, sua moglie, Maria Carafa dalla quale spesso dissentiva a causa della sua eccessiva, per non dire ossessiva, osservanza alla morale cattolica, non aveva tutti i torti: il talento del ventiquattrenne musicista era indubbio, qualche volta a Fabrizio era capitato di ascoltarlo suonare, ma non era mai riuscito a soffermarsi sui suoi madrigali perché, pur non conoscendo la sua celebre consorte, tutte le volte si ritrovava a fantasticare su quell’unione così male assortita, lui così introverso e austero, lei così proverbialmente vitale.

Ecco, questo era ciò che sapeva di Maria d’Avalos, quando, quella sera al ballo, la vide per la prima volta. Conosceva bene quello che poteva lo sguardo di una donna appassionata, lui che, nell’alta società, era noto come l’Arcangelo, per il suo fascino, si era sentito desiderare mille volte e questo l’aveva sempre fatto sentire gonfio di orgoglio. A trent’anni, poteva dirsi appagato: un matrimonio con una rispettabile nobildonna, tre figli e qualunque diversivo avesse voluto per soddisfare il suo piacere.

E invece, non era preparato. Maria, stretta nel suo abito di velluto, color porpora, sembrava una bambola di porcellana animata da uno spirito vitale che irradiava chiunque le stesse intorno. Danzava e i suoi capelli ramati, ad ogni passo, pareva volessero sfuggire alla rete di perle che li imprigionava, per incorniciarle il viso, proprio come facevano i profili dorati del suo vestito con le curve del suo corpo.

La guardò ballare tutta la sera e per tutto il tempo cercò il suo sguardo come un cieco desidera la luce, ma lei era talmente impegnata a vivere da non accorgersi dello stato di disperazione in cui l’aveva gettato. Era questo che la rendeva così diversa dalle altre: non era la sua bellezza, ma la sua voglia di “essere”. Era amica, era madre, era amante, era donna. Incurante di tutte le malelingue che si nascondevano dietro a rigidi sorrisi e corpetti scintillanti, era quello che doveva essere: semplicemente se stessa.

Si sentì mancare. Capì, allora, che era perduto per sempre.”

La nostra guida si interruppe come vinta dalla troppa tensione. Nel frattempo anche altri compagni di fila si erano aggiunti all’ascolto. E tutti aspettavamo che il racconto riprendesse “E allora? Cosa è successo, poi?”

“Cosa volete che vi dica…” riprese” che Fabrizio impazzì d’amore? Sì, successe, ma quello che non immaginava, è che anche lei, in realtà, era rimasta tanto colpita da lui da non pensare più a nient’altro e… a nessun’altro. E credetemi, non c’è niente di peggio, in una società che fonda la sua esistenza sulla falsità, che scoprire la genuinità di un sentimento vero. A quel punto, tutto è smascherato e non c’è salvezza per nessuno”

“Fabrizio e Maria, prima più attenti, si incontravano furtivamente negli eventi mondani, ma poi persero qualsiasi prudenza vinti dalla passione e iniziarono a vedersi anche nelle stanze della principessa, a Palazzo Piccolo, proprio accanto a Palazzo di Sangro. Quando le voci iniziali divennero certezza si chiesero se non fosse giunto il momento di lasciarsi andare, ma affidarono ad una lettera quella che sarebbe diventata la loro sentenza di morte: meglio la fine che un giorno senza l’altro.”

E così fu. Lo zio di Gesualdo, geloso dell’amore di Maria per Fabrizio, perché respinto da lei, avvisò il nipote del tradimento e gli consigliò una vera e propria imboscata: fingere una battuta di caccia, lontano dalla dimora, per coglierli in flagrante . Il diabolico piano fu messo in atto la notte del 18 ottobre 1590: i due amanti non solo furono uccisi, proprio mentre si trovavano a letto insieme, ma i loro corpi brutalmente straziati, furono esposti per giorni sulle scale all’ingresso della loro abitazione, per disonorarne la memoria.”

“Ma è terribile! E i colpevoli dell’omicidio non furono arrestati?” si sentì chiedere da qualcuno.

“Nient’affatto. Gesualdo, per l’epoca aveva tutto il diritto di vendicarsi dell’affronto subito, tuttavia, credette bene di fuggire da Napoli, temendo qualche ritorsione da parte dei familiari dei due amanti. In realtà, però, c’era qualcosa che l’avrebbe perseguitato per sempre.”

“Cosa?” sentii chiedere alle mie spalle

“Il senso di colpa” dissi con un filo di voce, commossa per la tragedia improvvisamente riesumata tra quei vicoli.

“Esattamente. Il “senso di colpa” e la conseguente richiesta di “perdono” sono il fulcro della nostra storia e di un’epoca intera, quella della Controriforma.

Gesualdo finì i suoi ultimi anni rintanato nella sua tenuta di Avellino, ma commissionò al pittore Giovanni Balducci la tela, intitolata “Il perdono di Carlo Gesualdo” , visibile nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, per accaparrarsi un posto in Paradiso.

“La mamma di Fabrizio Carafa, distrutta per la tragica fine del figlio, ne ricompose il corpo donandogli degna sepoltura nella Basilica di San Domenico Maggiore e cercò di salvare la sua anima grazie all’edificazione di una chiesa, chiamata Santa Maria della Pietà o meglio nota come Pietatella.  

Fu così che Adriana Carafa della Spina, moglie in seconde nozze di Giovan Francesco di Sangro e prima principessa di Sansevero, antenata, quindi, del principe Raimondo, per espiare il peccato del figlio costruì, inconsapevolmente, Cappella Sansevero, quella che sarebbe divenuta nota in tutto il mondo come un vero tempio del peccato.

Tutti, insomma, hanno avuto il loro passepartout per il Paradiso, la loro occasione per espiare i propri peccati. L’unica per la quale non è stato chiesto il perdono è la povera Maria. Il suo corpo, cercato di recente, non è stato rinvenuto nella tomba, in cui si diceva dovesse essere e c’è chi, ancora oggi, giura di vederne il fantasma per queste vie e di sentirne le grida strazianti.

Io, ragazzi miei, che per queste vie ci sono nato e cresciuto, non l’ho mai vista e mi piace pensare che alle porte del Paradiso ci sia arrivata senza aiuti e che qualcuno lassù le abbia sollevato il capo, chino per il peso del peccato, e le abbia detto: “Cara Maria, sei stata amica, madre, amante e donna audace per aver avuto il coraggio di amare senza paura. Entra pure e riposa in pace”

Il principe-diavolo

“C’è chi dice, ancora oggi, di aver visto nel buio della notte, fiammate e vapori sbucare dai sotterranei e chi giura di aver sentito percuotere un’incudine lungo la via che porta alla Cappella. Luci e boati provenienti dalle aperture che danno sui segreti locali di Palazzo di Sangro, lì, dove circa 250 anni fa, era solito rintanarsi Raimondo, settimo principe di Sansevero.”

E ancora… “Si dice che, nel suo laboratorio, abbia inventato il lume perpetuo, la cera senza api, la seta vegetativa e molti farmaci alchemici. Si narra…” il nostro interlocutore si guardò intorno e, poi, proseguì abbassando il tono della voce come se stesse per metterci a conoscenza di verità che non potevano essere rivelate a chiunque “Si narra che abbia solcato le acque del golfo con una carrozza anfibia e che abbia fatto un patto col diavolo, prima di sparire per sempre”

“Come il dott. Faust che vendette l’anima al Diavolo?” chiedemmo, non contenendo una risatina scettica. L’ uomo di mezza età, tipico esemplare dei quartieri, magro come un chiodo, pelle arsa dal sole, t-shirt grigia sulla quale si intravedeva uno scolorito Pino Daniele tratteggiato di nero, risentito si ritrasse sdegnosamente

“Ridete, ridete…ma con queste cose non si scherza”. E state certi che quando un napoletano dice questa frase, non c’è da scherzare.

Mio marito ed io, che all’epoca era ancora solo il mio fidanzato, ci scambiammo un’occhiata d’intesa e facemmo appello alla nostra serietà, quanto meno perché quel buffo ometto, ci stava allietando la lunga attesa che avevamo davanti. Forse non erano cinquecento, ma di certo ci aspettavano ancora trecento metri di fila per poter spuntare la casella “Cristo Velato” nella nostra lista di visite programmate per quell’estate.

“No, la prego! Non se ne vada…continui pure. Perché questa fama da dannato?”

“Dovete sapere che la sua storia era segnata già alla nascita: suo padre, Antonio di Sangro, era un vero demonio in terra, solo il convento, impostogli dal padre, il nonno di Raimondo, sesto principe di Sansevero, riuscì a mettere un freno alla sua smania di potere e violenza, la madre, invece, Cecilia Gaetani, figlia della principessa Aurora Sanseverino, protettrice di intellettuali e artisti, morì pochi mesi dopo il parto. Fu così che a meno di un anno, il piccolo si ritrovò, proprio come nelle fiabe, orfano e unico erede di un nobile casato nel cui sangue scorreva la furia selvaggia paterna e la sete di conoscenza materna”

“Un’unione esplosiva!” commentò mio marito.

“Esattamente. Non a caso, i Gesuiti a cui fu affidata l’istruzione del bambino gli assegnarono il nome di “Precipitoso”, proprio per via di questa innata intuizione, che preannunciava la vena geniale del ragazzo. Un ragazzo che sapeva di dovere alla madre più di quanto avesse potuto mai insegnarle in vita tanto da dedicarle una statua speciale”

“Il Cristo Velato è dedicato alla madre?” chiesi sorpresa

“Avete occhi solo per quella statua! Il vero miracolo era la mente di Raimondo, invece.” Non capii la sua affermazione, ma gli chiesi di quale opera parlasse.

“La Pudicizia è la statua femminile ricoperta da un velo che troverete nella Cappella. Ha le sembianze della madre, ma è al contempo rappresentazione cristiana della moralità e simbolo massonico della “sapienza velata”, cioè quella riservata solo agli iniziati”

“Geniale mascherare messaggi esoterici dietro segni evangelici” lo interruppi ormai vinta dalla sua narrazione che mi stupiva sempre più per l’alta conoscenza della materia accompagnata da un marcato accento partenopeo.

“Curioso…”aggiunse mio marito “che abbia voluto ritrarre la madre come emblema della virtù: sembra quasi di aver voluto proteggere la sua immagine dalla macchia gettata dal padre”

Non potevo credere alle mie orecchie, era proprio lui?!

“In realtà, quella del padre non era l’unica vergogna da cui la famiglia doveva difendersi” riprese la nostra improvvisata guida “l’intera Cappella, che Raimondo fece restaurare nel Settecento, è sorta in realtà nel XVI secolo per espiare un grave peccato.”

Continua nel prossimo articolo…

Geografia di una magia: i triangoli energetici nel cuore di Napoli

Due sono i modi per muoversi a Napoli: o si sale verso Poggioreale, il Vomero, San Martino e Capodimonte oppure si scende verso via Marina, Via Partenope o Via Caracciolo.  Una Napoli “Alta”, quella di Posillipo, dei Colli Aminei, dei Camaldoli e una Napoli “Bassa” del lungo mare. Tra l’una e l’altra, lo scorrere incessante della vita dei partenopei.

Ma c’è una terza Napoli, quella del Centro, in cui questo movimento capillare sembra arrestarsi per assumere un andamento centripeto, proprio come i vortici di un fiume che interrompono la corrente e ti trascinano verso il fondo.

 Forse, è solo la suggestione dell’antica Neapolis greca e del nucleo egizio o il fascino della teatralità dell’odierna Napoli più verace, a dare la sensazione di esser risucchiati come in un italico triangolo delle Bermuda.  E se il riferimento alla lontana sezione atlantica vi può sembrare stravagante, sappiate che, se il motivo profondo di una tale attrazione è ignoto, non lo è la sua geografia.

Sì, perché la zona in questione, quella in cui è facile perdersi -e non solo fisicamente!- è del tutto ascrivibile in una figura geometrica ben precisa: il triangolo, appunto. Anzi, due triangoli intersecati, uno più grande e l’altro più piccolo.

I vertici del primo corrispondono, oggi, alle tre Chiese di Santa Maria Maggiore, San Lorenzo Maggiore e del Gesù Nuovo; quelli del secondo, il minore, alla Statua del Nilo, San Domenico Maggiore e Cappella San Severo.

Negli stessi luoghi, prima, i greci, poi, gli egizi e, infine, i Romani avevano edificato i loro più importanti luoghi di culto, come si può intuire, solo dopo averne concordato l’esatta collocazione con sacerdoti e indovini che avevano preventivamente interrogato forze divine e disegni astrali. A quale scopo? Di certo, per trarre il massimo dell’energia disponibile in natura.

Se la ricorrenza del numero tre, nella tradizione cristiana, è spiegabile con l’importanza data alla Trinità, bisogna considerare che, anche nell’antico occidente così come in altre culture, questo numero ha goduto nei secoli di grande fortuna. Il tre è sempre stato considerato il numero perfetto perché capace di:

riconciliare, ha in sé sia l’uno che il due

generare, rappresenta la coppia che supera il dualismo nella procreazione

unificare, azione visibile chiaramente nel triangolo, due punti separati che si ricongiungono ad un terzo.

Poter operare all’interno di un triangolo “energetico” significava entrare in contatto con forze vitali capaci di fornire poteri sovrannaturali. Era ciò che pensavano le tre popolazioni citate, era ciò che credevano i più importanti filosofi ed esperti ermetici che per quelle strade e per i relativi cunicoli sotterranei si sono succeduti: Giovanni Pontano, Giambattista della Porta, Giordano Bruno, Tommaso Campanella…e, soprattutto, Raimondo di Sangro, principe di San Severo.

Come abbiamo detto, la Cappella che porta il nome della sua famiglia corrisponde proprio ad uno dei vertici del triangolo minore, ma aggiungiamo, ora, che è anche l’unico a ricadere anche in quello maggiore.

Ah, dimenticavo! Sapete dove si trova Palazzo di Sangro, sotto al quale era solito intrattenersi Raimondo per i suoi esperimenti alchemici? Proprio al centro del triangolo minore, il punto di massima concentrazione energetica.

Se non credete che si tratti solo di una coincidenza, non perdetevi il prossimo articolo: scopriremo la straordinaria storia del Principe-Alchimista e, ogni lunedì, una dopo l’altra, quelle degli altri luoghi, simbolo della Napoli esoterica. 

La morte di Carnevale

Era il martedì che precedeva la quaresima.  Anno 1656. Napoli era agonizzante, schiacciata dal secolo delle crisi e dalla mala gestione dei viceré spagnoli, ma se c’era una conquista che il popolo aveva ottenuto sotto gli stranieri governatori,  questa era la possibilità di festeggiare il Carnevale, in epoca aragonese, appannaggio esclusivo dei nobili.

Non più, quindi, solo abiti sontuosi, armature scintillanti e tornei riservati al patriziato partenopeo, ma una rappresentazione della vitalità del popolo che raggiungeva la sua massima espressione in Via Toledo e in Largo di Palazzo, attuale Piazza Plebiscito.

Il cuore della Napoli spagnola ribolliva come un pentolone di ragù: le diverse tipologie di carni da quelle nobili a quelle meno raffinate si confondevano in un’indistinta e palpitante massa che almeno per un giorno sovvertiva il rigido ordine sociale.

Ed ecco l’abito e il mantello verdi, a strisce gialle, di Tartaglia, il goffo medico balbuziente e senza scrupoli, accanto al Capitan Matamoros, lo Spagnolo, erede del Miles Gloriosus, il soldato vanaglorioso della commedia latina. A seguire, il Cavadenti, un plebeo ricoperto di sontuosi abiti, vecchi e sgualciti, che con una grossa tenaglia estraeva ai passanti, intere mascelle -per scherzo, si intende!- che camminava a braccetto di un buffo Pascalotto, il mastro di festa, truccato e vestito da donna, per questo, bersaglio preferito degli scugnizzi.

E, naturalmente, non poteva mancare la pigra, ironica, opportunista e chiacchierona maschera bianca e nera col naso adunco, Pulcinella, che proprio agli inizi del ‘600 era stata portata alla ribalta da uno dei più grandi interpreti della Commedia dell’Arte, Silvio Fiorillo.  Maschere e carri, riccamente addobbati, coloravano e animavano le vie della città, in cui risuonavano all’unisono i canti carnevaleschi.

Ma quel martedì grasso del 1656, alle scene allegoriche dei carrozzoni, si aggiunsero, per la prima volta, salumi e formaggi che penzolavano ai lati dei Carri-Cuccagna legati alle quadriglie dei baroni, dei Cavalieri e delle Corporazioni delle Arti. Come reagì il popolo napoletano alla vista di tanta abbondanza?

Nell’unico modo in cui può reagire un affamato: assaltando i carri e saccheggiando ogni cosa.  Ciononostante, l’esperienza fu gradita: i nobili si divertivano alla vista dell’istinto animalesco che prevaleva sulla ragione per aggiudicarsi un salame e la povera gente, grazie alle briciole racimolate, trovava la forza per aspettare l’estate.

Anno dopo anno, però, la folla diventava sempre più, disciplinatamente, indisciplinata, tanto da indurre Carlo di Borbone, nel 1746, a decidere di allestire i carri a Largo di Palazzo, senza farli sfilare per le vie della città, sorvegliati da truppe armate fino al momento in cui veniva dato loro il permesso del saccheggio.

Se i carri avevano perso la loro funzione originaria, non erano più necessari e, al loro posto, furono realizzate delle vere e proprie “Cuccagne”, dei veri e propri paesi ricchi di ogni ben di Dio: colline di prosciutti, strade di caciocavallo, addirittura fontane da cui zampillava vino pregiato.

Nella sua storia del carnevale napoletano, la francese Sara Gouder, discussa amante di re Ferdinando I di Borbone, ci tramanda che lo sparo del Cannone di Castelnuovo (Maschio Angioino) dava il segnale dell’assalto alla cuccagna, ma precisa anche che “il fumo del cannone non si era ancora dissipato, che tutto era sparito fino all’ultimo pezzo”.  

Ma, nell’anno 1764, teatro di un’altra terribile carestia, il popolo, nuovamente esasperato, aggredì i militari, facendo razzìa del boccacciano paese di Bengòdi ancor prima di udire lo sparo del cannone. Ne seguì una cruenta rivolta con numerose perdite da ambo le parti e una medesima tragedia si ripeté nel 1778.

L’anno successivo sulla “Gazzetta Universale” del Regno di Napoli fu annunciato che non sarebbero più state allestite “Cuccagne”.

Certo, rimasero le sfilate, i cortei delle maschere, il frastuono degli strumenti di Piedigrotta, i tanti scetavaiasse, rudimentali violini, i putipù, tamburi a frizione e i triccaballacche, martelletti che lavorano a percussione, ma niente più isole mangerecce.  Era la morte del Carnevale e, se Carnevale era morto, ci voleva un funerale.

Da allora, ogni Martedì Grasso, non importava in quale quartiere ci si trovasse, il Mercato, il Pendino, il Porto, la sentenza dei medici era la stessa:

‘A ditto lu miedeco de lu Mercato
Che Carnevale sta malato
Coro (E gioia!)
‘A ditto lu miedeco de lu Pennino
Che Carnevale sta malato dint ‘e stentine (negli intestini)
(coro) E gioia!
‘A ditto lu miedeco de vascio Puorto
Che Carnevale sta malato n’cuorpo ( in corpo)
(coro) E gioia!
E vui ca l’avite visto st’anno
Lu puzzate vede ‘a ca a cient’anne
(E voi che lo avete visto quest’anno, lo possiate vedere/vivere da qui a cent’anni)

Vale a dire: “Carnevale è spacciato, ma per noi c’è qualche speranza”. Grido levato, tra gemiti e lamenti, dalle donne napoletane, ultime eredi delle “prèfiche” antiche, pagate proprio per assistere ai funerali. Davanti a loro non più un carro allegorico, ma un vero e proprio carro funebre, sul quale un grasso, grosso fantoccio di Carnevale morente, veniva mostrato a tutta la città, simboleggiando la fine dell’inverno e delle negatività dell’anno passato.   

Negli ultimi anni, si è persa anche quest’ultima rappresentazione e, il martedì grasso, ultimo giorno di carnevale,  solo i più tradizionalisti chiudono la festa, preparando una pantagruelica lasagna (talmente ricca che farebbe impallidire una qualsiasi omonima bolognese), un sanguinaccio, divenuto nel frattempo solo “’naccio” perché privato della sua “essenza sanguigna”, ovvero ridotto a un’avvolgente crema al cioccolato in cui si intingono delle fragranti chiacchiere.

Non è che stavolta avevamo proprio bisogno di rinnovare gli antichi costumi con la speranza che Carnevale portasse via con sé la tristezza dell’anno passato?

La Cappella delle Illusioni

Era il 19 marzo. Lo ricordo perché le vetrine delle pasticcerie brillavano di gemme all’amarena, adagiate su soffici cuscini alla crema. Tagliando l’aria ancor fresca di fine inverno, addolcita dall’odore di zucchero a velo, io e la mia compagna di università ci facevamo forza a vicenda per non cadere in tentazione. Dovevamo raggiungere il luogo concordato con il professor Pacelli, docente di arte moderna  della “Federico II” che, quella mattina, aveva invitato noi, studenti di lettere, nei pressi del Duomo, per una lezione fuori porta. Naturalmente, eravamo in ritardo e il nostro assaggio annuale di zeppole di San Giuseppe andava sacrificato sull’altare della cultura.   

Arrivate a destinazione, ci ricongiungemmo agli altri corsisti e, solo in quel momento, scoprimmo che il Duomo, in realtà, non era la nostra meta. Camminammo ancora un po’ proseguendo per Via dei Tribunali, ma ci fermammo, dopo poco, dinanzi ad un classico palazzo del decumano maggiore: porticato a cinque arcate, sormontato da due piani a tinte chiare, in contrasto con i toni cupi del solido piperno, scelto per la parte inferiore.

Da allora, mi chiedo a quante cose non prestiamo attenzione solo perché date per scontato. Com’è possibile che né io né gli altri ragazzi sapessimo di avere un capolavoro, una camera delle meraviglie, lì, a due passi da noi.

Varcando la porta principale, basterebbero già la sola pianta ottagonale dell’interno, l’inaspettato soffitto a cupola, dalle cui finestre i fasci di luce giocano con le sei cappelle laterali e le grandi tele sulle pareti, per lasciare di stucco l’impreparato visitatore. E invece, gli occhi sono tutti per il dipinto frontale che, a ‘mo di un Trompe l’oil, ci riporta all’esterno.

Come spesso accade in questa magica città, nulla è come sembra. Il dipinto funge da portale e si è catapultati nuovamente nella consueta “ammuina”, confusione, di quei vicoli dai quali, solo apparentemente, pareva essersi sottratti.  E poco dopo è chiaro che la sacralità della cappella e il religioso silenzio sono solo apparenti.

In realtà, mi sento trasportata in un “vascio”, una classica abitazione napoletana, quelle che sorgono come tane ai pianterreni dei palazzi, un gradino più in basso rispetto al livello della strada, dalla cui soglia mi sembra di sbirciare. Ciò che mi si mostra è un crocevia qualunque, ma mi tocca sgranare lo sguardo per mettere a fuoco la scena.

Non capisco se è giorno o sera, non è dato saperlo, siamo quanto più in basso si possa essere, troppo lontani dal cielo per poter fruire della sua luce naturale. Non siamo nel paradiso della Napoli alta, quella dell’aristocrazia, della gente baciata dal sole. Siamo nella brutale quotidianità della povera gente, Forcella o Pizzofalcone, dove i vicoli diventano prigioni di pietra.

E se quelli che spuntano dalla penombra, dietro l’angolo, sono proprio i piedi di un corpo senza anima, forse è proprio l’inferno quello che ho davanti.

 Ma, forse, non tutto è come sembra: dall’angolo alla mia destra, spunta un  fiaccola che si fissa proprio nel mezzo dell’incrocio ed è la speranza di “vedere”, di comprendere il caos che sfugge alla Ragione, di ritrovare l’anima proprio dove pensiamo di averla persa. L’uomo senza vita non è solo nel buio,  avanza verso la sua sepoltura accompagnato dalla voce rituale del diacono e dalla calda fiamma della sua torcia.

Grazie al loro incedere, la luce svela altri elementi allo sguardo.

Solo in quel momento, i miei occhi cadono sulla schiena scoperta di un uomo che vedo solo di spalle, ma a pochi passi da me. Mi chiedo perché è lì, nudo, contorto in uno sforzo fisico così intenso da solcare con il piede il terreno che, smosso, si alza in uno sbuffo di polvere. Noto una stampella e decido di andare a soccorrerlo, ma in quel momento mi accorgo anche di un giovane con un bizzarro cappello piumato che gli sta porgendo qualcosa, una mano e un mantello.

Desisto, allora, anche perché la luce che avanza ha svelato, al mio sguardo curioso, un altro gruppo. Due sono chiaramente stranieri: dal cappello con la conchiglia del primo e il bastone dell’altro, di cui distinguo soltanto un orecchio che sporge dal giovane samaritano, non può che trattarsi di pellegrini in cerca di un alloggio. E detto fatto, ecco l’oste farglisi incontro.

In mezzo al trio, un altro uomo beve copiosamente l’acqua che sgorga, come per incanto, da uno strano oggetto che impugna fermamente nella sua mano, ma che non riesco a distinguere. Il volto segnato dalla fatica, la gola secca di chi non si è risparmiato, quelle, invece, le distinguo chiaramente. È la sete di chi è abituato a lottare per vivere e che, proprio per questo, sa godere delle semplici cose della vita.

Ma in questo teatro improvvisato, la sete non è l’unico bisogno: c’è anche la fame. Dal lato opposto della strada, un altro uomo, avanti negli anni, sporge con la sua barba bianca dalle grate di ferro che gli negano la libertà. Una giovane donna, dalle cui forme morbide e piene si evince lo status di neo mamma, con un gesto rapido e sicuro, perché frutto della consuetudine, lascia che una mammella sfugga all’ampia scollatura per appagare la fame dell’uomo dietro le sbarre. Non c’è erotismo, non c’è perversione. Anche la fame viscerale, sembra secondaria, perché è, in realtà, fame d’aria, d’affetto, di calore.

Solo il genio di Caravaggio, di passaggio a Napoli, poteva così sapientemente riportare tutte e sette le opere di Misericordia in un’unica tela, cogliendo così nitidamente l’essenza del paradisiaco inferno partenopeo.

Nell’ordine di citazione, seppellire i morti, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, alloggiare i pellegrini, dar da bere agli assetati e, infine, riprendendo l’immagine della Caritas Romana -Pero, che allattando il padre Cimone, per amore filiale, commuove i magistrati, salvandolo dalla pena- visitare i carcerati e dar da mangiare agli affamati.    

La bellezza del capolavoro di Caravaggio, Le sette opere della Misericordia, sta tutta nella terrena umanità delle sue figure, talmente vere, da far passare quasi in secondo piano lo spazio mariano, talmente umane, da ingannarci fino in fondo: più che all’apparizione della Madonna, con bambino ed angeli al seguito, ci sembra di vedere una donna dei quartieri affacciata ad un balcone, circondata da lazzari e lenzuola appese.

Se uscendo dalla cappella di Pio Monte di Misericordia vi state chiedendo dove è finito San Giuseppe, potete cercarlo nella prima pasticceria che vi capita. Ne ritroverete tutta la bontà in una bella zeppola, ma solo se avete avuto la fortuna di visitare Napoli proprio il 19 marzo.

Il giardino nascosto


Fermata Sannazzaro. Scesi. Il tragitto era stato più lungo del previsto, avevo preso il primo autobus disponibile, quello per “Riviera di Chiaia”, pensando di non aver fatto la scelta giusta: con la Metro 2, avrei fatto prima, ma, poi, l’assenza del traffico e la vista del mare mi avevano fatta ricredere.

“Ci siamo” pensai, avevo appena imboccato “Salita di Grotta”, pochi passi ancora e sarei giunta davanti alla galleria che separa il centro dalla periferia. Non sapevo bene a che altezza, ma doveva essere sulla sinistra poco prima del tunnel. Poi, finalmente, lo vidi: un imponente cancello di ferro battuto emergeva da prorompenti edere. Non c’ero mai stata, ma era proprio come me l’ero sempre immaginato. Un piccolo, palpitante cuore verde nascosto nel duro petto della città. Lo varcai e fui avvolta dall’ombra.

Napoli è così: un attimo prima, avverti il sole caldo sulle palpebre che ti abbaglia e ti disorienta e, un secondo dopo, ti ritrovi tra vicoli o antri che sembrano non esser mai stati toccati dalla luce. Rabbrividii, ma questo non fermò il mio incedere: la serpentina che, dolcemente, saliva, tra alberi e cespugli, mi invitava a intraprendere il cammino, a raggiungere la cima, a ritrovare il sole.

“Cosa cerchi?” mi chiese un uomo accovacciato al suolo sul ciglio della strada, senza però alzare lo sguardo dal terreno che stava smuovendo.

Non sapevo da dove fosse sbucato e la sua improvvisa presenza mi spaventò più del fatto di essere sola, ma pensai fosse il custode del parco e così risposi “La tomba di Virgilio, grazie”

“Tutti che avete così fretta di andare alla tomba e non sapete neanche la differenza tra un giunco e una marruca”

“Un giunco e…” stavo accenando, ma, poi, notai ciò che aveva tra le mani. Semi. Stava piantando qualcosa. Doveva essere il giardiniere, allora. Facendo due più due, dissi “Piante! Sono piante!”

“Brava! L’osservazione è un’ottima dote. Ma la conoscenza richiede impegno. Un giunco sopravvive in ambienti acquitrinosi, poco ospitali, una marruca al contrario in ambienti luminosi, l’uno appare insulso quanto l’altra splendente, eppure, il primo può avere svariate applicazioni e l’altra, dietro ai suoi invitanti fiori, nasconde delle insidie”

“Mi sta dicendo che non devo fermarmi alle apparenze?”

“Vedo che anche l’intuito funziona” solo in quel momento, mi mostrò i suoi lineamenti levigati, quasi marmorei, il suo sguardo fermo ma rassicurante. Non so perchè, ma anche se non l’avevo mai visto prima, qualcosa in lui, mi risultava familiare.

“Se sai della tomba, sai anche che, all’interno, non c’è niente. Giusto?”

L’uomo si alzò e mi invitò a guardare lo scorcio che era dinnanzi a noi oltre il ballatoio e che fino a quel momento non avevo notato.

“Non è bellissima?” continuò con lo sguardo perso verso la città.

“Chi?” chiesi disorientata, ma l’uomo sembrò non far caso al mio interrogativo, con lo sguardo perso davanti a sé.

“Quando vi giunsi per la prima volta, è stato come incontrare il vero amore. Neapolis era una splendida donna adagiata sulla riva del mare, ricoperta di vesti smeraldo e ornata di pietre preziose. Così appariva, a chi giungeva al vecchio porto: poche ville e colline verdeggianti, avvolte in una luce invadente. E mentre un calore intenso ti rianimava i sensi, conquistandoti, quello splendido corpo celava, a noi poveri sprovveduti, la sua vera anima. Un’anima tormentata, perennemente in bilico tra la benedizione e il tormento. Ero un giovane uomo di cultura, desideroso di conoscere tutti i segreti del mondo. E tutti i segreti del mondo erano confluiti nei suoi quartieri, piccoli capillari traboccanti di sangue proveniente da ogni luogo allora conosciuto.”

“Continuo a non capire…” tentai, ma lo sconosciuto, come se non l’avesse neanche percepito, riprese

“È in questa città che il mio maestro, Sirone, tra i portici della sua scuola, da semplice poeta che ero, il mantovano Publio Virgilio Marone, mi ha iniziato alla filiosofia epicurea e reso Virgilio Mago.”

“Vorrebbe farmi credere che è un poeta vissuto circa duemila anni fa?”

“Poeta e… mago, proprio come ho detto.”

“E naturalmente è ancora qui perché ha scoperto l’elisir di lunga vita!”

“Mi sarebbe sempre piaciuto poter dire di averlo scoperto io, ma non è stato così, il merito è del mio maestro: mi ha reso un custode di questa città”

“Il mistero del Castel dell’Ovo?” dovevamo essere entrambi impazziti, ma di certo quando quella mattina avevo deciso di visitare il Parco Vergiliano, tutto mi aspettavo fuorchè quell’insolito risvolto. E volevo capire cos’altro si sarebbe inventato.

“Quella è una storiella che le nonne amavano raccontare ai bambini: secondo te, avrebbe potuto mettere un uovo in una gabbia, nasconderlo nelle fondamenta di Megaride, per proteggere questa città? L’hai fatto davvero, amico mio?”

Un altro omino di mezza età, dall’andatura incerta, ma lo sguardo vispo come quello di un bambino e il sorrisetto beffardo di un vecchietto, avanzava verso di noi. Aveva un taccuino tra le mani e un libello nel taschino.

“E lui è il mio amico Giacomo…”

“Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi, lieto di fugare qualche dubbio o di indurne qualcuno…”

Ormai, era veramente troppo, non avevo la minima idea di come fosse Virgilio, ma vi assicuro che quella era proprio la copia esatta del poeta de L’Infinito.

“Oh, sì! Io sono morto davvero, se è quello che stai pensando, e la mia tomba è qualche gradino più in basso a destra, se ti va di venirmi a salutare di tanto in tanto. Anzi la mia passeggiata quotidiana è terminata. Buon proseguimento!”

Cosa stavo pensando? Ormai, non pensavo più nulla. Ma intendevo vederci chiaro.

“E la sua tomba, invece, dove sarebbe?” chiesi al giardiniere-poeta-mago

Mi indicò un piccolo edificio di tufo che svettava sopra le nostre teste, a mò di una torretta di avvistamento col tetto a cupola

“Un colombaio abbandonato? Tutto qui?” risposi delusa.

“Non fermarti alle apparenze. Ricordi?” Ripensando al giunco e alla marruca, mi feci guidare fino al suo interno. Varcai la soglia. L’ambiente circolare era umido per la poca luce che filtrava dalle finestre ma caldo per delle piccole fiammelle che provenivano da un braciere centrale.

Perchè mi trovavo, lì? Cosa stavo cercando?

Il sedicente Virgilio si avvicinò al fuoco e gettò alcuni semi che estrasse da un sacchetto legato alla cintola. Mi invitò a fare lo stesso.

Ne presi una manciata e li gettai a pioggia sul catino rovente, ma questi, invece di riversarsi rapidamente, rimasero come sospesi.

Io, mi sentivo sospesa: potevo sentire i piccoli chicchi, carichi di vita, che attraversavano l’aria e vedevo distintamente, in un tempo, infinitesimale, quei puntini neri avvicinarsi, uno alla volta, alle lingue di fuoco; quando il primo sparì, un’enorme mosca d’oro apparve davanti ai miei occhi, ingurgitando uno sciame di piccoli suoi simili che infestavano l’aria; quando fu la volta del secondo granello, vidi un serpente gigante diffondere panico per le strade della città per poi essere ricacciato nelle viscere della terra; il terzo, mi mostrò la gioia degli abitanti di Partenope, ebbri delle acque sorgive sgorgate dalle grotte Platamonie; vidi, ancora, la collina di Posillipo, alle mie spalle, squarciarsi, nel bel mezzo di una notte buia, in una cripta per centinaia di metri e, poi, il sole attraversarla, da parte a parte, per annunciare al mondo la venuta della primavera e dell’autunno.

Un seme dopo l’altro, si rivelarono questi ed altri prodigi attribuiti da secoli al poeta mago. Ero curiosa di scoprire cosa dovesse ancora rivelarmi l’ultimo, ma di colpo le fiamme si spensero.

Avvertii l’insensato bisogno di sedermi, portare le gambe al petto e fasciarle con le braccia. Chiusi gli occhi e fui avvolta da un lieve tepore, da un silenzio acquoso. Mi sentii come in un grembo materno, in un uovo, un seme. Ero dentro le viscere della terra. Sotto le fondamenta stesse della città. Non so se viva o morta. Non so se al principio o alla fine di tutto.

Fui svegliata dalla vitalità della città. I clacson impazziti, i motorini che sfioravano i finestrini, quasi stridendo contro la carrozzeria, le fugaci battute tra viaggiatori sconosciuti, il caldo appiccicoso di un autobus, all’ora di punta, in un ordinario giorno di mezza estate. Rinvenni a fatica. Chiesi a quale fermata ci trovassimo. Eravamo quasi al capolinea. Dovevo essermi assopita e aver girato per tutta la città ritornando al punto di partenza.

Allora, era stato tutto un sogno. Il mezzo si fermò, ma ero troppo stordita per alzarmi subito. Aspettai che scendessero prima tutti gli altri passeggeri, e poi mi decisi. Fu in quel momento che lo vidi. Sul sedile, accanto al mio, c’era un mazzetto, un insolito bouquet. Non avevo mai visto quella varietà, ma qualcosa mi diceva che si trattasse di steli di giunco e fiori di marruca.

Realtà, sogno, leggenda…non lo so, ma se vi capitasse di trovarvi nei pressi di Piedigrotta, precisamente al civico 20 di Salita di Grotta, e tra gli alberi di quel parco nascosto doveste incontrare due insoliti personaggi, non dimenticate di salutarmeli.

Come il poeta Virgilio è diventato un mago e Maradona, un Dio!

Avete presente il poeta mantovano Virgilio? Sì, proprio Publio Virgilio Marone, autore latino, “dannato” da Dante all’Inferno, ma riconosciuto come suo indiscusso maestro, nonchè sapiente guida verso il Paradiso; e, di certo, avete presente, il campione argentino, decisamente fuori dal comune, Diego Armando Maradona, il dannato del calcio, da poco scomparso, nel suo caso, “dannato” e basta.

Cosa hanno in comune queste due eccellenze della letteratura e dello sport, apparentemente, distanti anni luce?

Ebbene, ancora una volta, devo rispondere: Napoli! La città in cui tutto è possibile.

Sì, perché, nonostante l’abbia ascoltato da piccola, studiato all’università e letto per piacere, ancora non mi capacito di come un poeta vissuto nel I sec. a.C, nato a Mantova e vissuto a Roma, sia diventato un mago per i napoletani! E quando dico “mago” non intendo “artista dotato”, ma proprio “stregone, indovino, incantatore…”. Insomma, un Merlino, tutto nostrano.

Più nota, invece, la sorte di Maradona: approdato a Napoli “dopo una serie di sfortunati eventi”, ne è diventato prima paladino e poi… Dio. Ed anche in questo caso non si tratta di un semplice paragone, ma di un effettivo riconoscimento come “essere sovrannaturale” degno di essere venerato con tanto di preghiere e cappelle votive.

Ebbene, se da ex tifosa di calcio -sì, ho smesso, di punto in bianco, di esserlo, proprio come quando, un giorno, ti svegli e decidi che è ora di gettare il tuo pacchetto di sigarette- dicevo, se da ex tifosa e da prof. di lettere sono più propensa a credere in un poeta-mago che in un calciatore-Dio, devo, però, riconoscere che Diego è stato un simbolo del ‘900. Partendo dalla sua fisicità così lontana dai palestrati campioni di oggi -ugualmente dannati, ma diversamente perdonati- arrivando alla sua anima, così “pop” da poter essere facilmente immaginata su una gigantografia di Andy Warhol.

Tranquilli! Non parlerò dei meriti calcistici del fenomeno argentino, non ne ho competenza e non credo che ce ne sia bisogno: uno, perchè sono già stati ampiamente ricordati nelle scorse settimane e, poi, perché, penso, si commentino da soli.

In realtà, ciò che mi interessa con questo articolo è dimostrare perchè il processo di divinizzazione di Maradona non è frutto di una semplice manifestazione calcistica esasperata -o, peggio, di una mera suggestione popolare!- ma, come per l’acquisizione dei poteri di Virgilio, di una vera e propria forma mentis che trae le sue origini dalle origini stesse della città.

I Greci non furono i primi abitanti del territorio sul quale eressero, tra l’VIII e il VI sec. a.C., Partenope, il primo nucleo sul mare, e, poi, più internamente, Neapolis, la città nuova, ma, senza ombra di dubbio, sono loro ad averle dato l’ imprinting, per usare un termine caro sia alla genetica che al fantasy.

A loro, si deve il mito della Sirena (qualsiasi versione si scelga di seguire). A loro, la scelta di costruire la città in un luogo facilmente difendibile e strategico, ma al contempo capace di rispecchiare, in terra, le forze celesti e soprannaturali che lo governano. A loro, la devozione viscerale verso le più note divintà.

E chi ha messo in collegamento la cultura greca con quella romana, che, piano piano, si è sostituita alla prima sia a Napoli che nel resto del Mediterraneo?

Proprio Virgilio, che con il suo capolavoro, l’Eneide, ha compiuto un vero miracolo: rendere i rozzi guerrieri latini (non me ne vogliano i lettori romani!) meno “rozzi”. Come? Fondendo le due civiltà attraverso la figura del suo eroe, Enea: il principe troiano, scampato alla distruzione di Troia, che per volere del Fato, è riuscito, nonostante le mille peripezie, a fondare Roma.

Non solo, consideriamo anche che:

  1. Virgilio, secondo l’interpretazione cristiana, nella IV egloga delle Bucoliche, avrebbe predetto la nascita di Cristo, con ben quarant’anni di anticipo, avendo annunciato in quest’opera dell’arrivo di un fanciullino, nato da vergine, destinato a riportare l’Età dell’oro sulla Terra
  2. Questo autore studiò filosofia epicurea per lungo tempo a Napoli
  3. Dopo la sua morte, è stato trasportato ai piedi della collina di Posillipo e, qui, sepolto nella ancora visitabile Crypta Neapolitana, anche se i suoi resti non sono mai stati rinvenuti

A questo punto il quadro che giustifica la sua perfetta candidatura, nel Medioevo, a salvatore di Napoli, città piegata anche dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C e dalla precarietà dell’impero dei secoli successivi culminati nella fine della civiltà romana, dovrebbe essere più chiaro.

I napoletani avevano bisogno di un eroe e questo poeta miracoloso, indovino, sparito nel nulla e amante della città al punto da legare la sua “morte” a Napoli, faceva al caso loro. Nasce così Virgilio-mago, sulle cui imprese mi soffermerò nei prossimi articoli.

5 luglio 1984, Diego Armando Maradona, fenomeno del Boca Junior, ma reduce da un brutto infortunio ricevuto mentre giocava nel Barcellona, viene presentato allo stadio San Paolo di Napoli ai suoi nuovi tifosi.

L’argentino 24enne, di certo, dotato di poteri “quasi sovrannaturali” -come affermò il grande dirigente sportivo della Juve, Gianpiero Bonimperti-ma tozzo, grassottello e con una caviglia massacrata, in quello che è stato definito non un fallo, ma un crimine contro il calcio, non era stato ritenuto degno di meritarsi un posto nelle grandi squadre del Nord Italia. Juve di Bonimperti compresa.

Anche il popolo napoletano era reduce di un infortunio, il terremoto dell’80 che l’aveva piegato fisicamente e moralmente. Nell’immaginario collettivo, il termine “terremotati” si aggiungeva a “terroni” e “colerosi”, diffusosi negli anni settanata per l’epidemia di colera, nonostante i casi fossero stati circa un centinaio e le vittime appena una quindicina, su una popolazione di più di un milione di abitanti.

L’incontro del luglio del 1984 avvenne, pertanto, tra due moribondi. Due moribondi che ribollivano di rabbia ed energia: una miscela esplosiva. E il San Paolo esplose. Ottantamila spettatori per vedere un ragazzino palleggiare.

Il resto naturalmente è storia. Maradona ebbe la sua rivincita -almeno, in campo- e il popolo napoletano, il suo riscatto morale; per la prima volta, un club del Sud veniva paragonato alle grandi squadre europee. Grazie a Maradona, Napoli era sulla bocca di tutti non per l’arretratezza, per il colera, per il terremoto. I suoi problemi non erano scomparsi, ma finalmente le era permesso di gioire, di essere orgogliosa, di rialzare la testa, di guardare al futuro.

Nell’antica Grecia, una simile impresa non poteva che essere opera della “mano de Dios”.

Su come le anime pezzentelle ottennero il perdono e i napoletani, la luce!

Per chi conosce Napoli, è difficile immaginarla completamente al buio. Come tutte le grandi città, oggi, anche a notte fonda, le strade risplendono sotto le luci dei lampioni.

Ma non è stato sempre così. Prima che l’elettricità portasse il Sole anche dopo il tramonto, i vicoli erano illuminati da tremolanti lanterne a olio, solitamente di breve durata, non solo per esaurimento del costoso e quindi non abbondante combustibile, ma anche per l’abilità di briganti e furfanti di spegnerle a proprio vantaggio, in modo da creare l’atmosfera giusta per i loro misfatti.

Ecco, ora, proviamo a immaginare di camminare per le strade del 1600, quando, nel cuore di Napoli, dalle taverne non uscivano più profumi e voci chiassose e i lazzari a piedi nudi cadevano stremati per il sonno: il buio era talmente fitto e profondo che pareva ingoiare l’intera città sulla quale, del resto, il secolo XVII aveva fatto calare le tenebre anche di giorno.

In meno di cento anni, sul popolo napoletano, si abbatterono: un’eruzione, una rivolta, la peste e tutta l’indifferenza dei viceré spagnoli a cui era affidato il governo…risultato? I sopravvissuti si aggiravano come anime smarrite mentre, nelle fosse comuni, per stenti, fame e malattie si sovrapponevano strati di ossa appartenenti ad anime dimenticate.

Da quei cumuli, posti nelle zone extra-murarie -a Largo Mercatello (attuale Piazza Dante) o al cimitero delle Fontanelle, nella Sanità– iniziarono a levarsi delle voci: “Carmè”… “Antò”…”Cuncè” …”Sto cà, so je!”…”So je, pecchè m’è abbandunate”

Ma Carmela, Antonio, Concetta…spesso non rispondevano, morti anche loro o troppo presi a non morire; eppure, le loro invocazioni non restavano inascoltate, viaggiavano tra i palazzi, svoltavano gli angoli incustoditi e varcavano gli usci serrati per entrare nei sogni travagliati di sconosciuti sopravvissuti.

“Ajuto! Ajuto! Salvateme…. ‘o ffuoco, ‘o ffuoco brucia assaje!” urlavano lamentosi al povero sventurato che, agitandosi nel sonno, sudando, sul suo giaciglio logoro, ripeteva ad alta voce questi versi infernali, tanto da raggelare il sangue nelle vene di chi si fosse trovato spettatore di quell’improvvisa tragedia.

E, di certo, sarebbero stati scambiati per gemiti demoniaci, se la voce, nella testa del malcapitato, non avesse specificato la sua esatta collocazione sia nell’aldilà che nell’aldiquà: “è n’anno che so n’anema d”o Priatorio. Viene! Jo so ‘a capa cchiu bella ‘e Largo Mercatello, si m’ajute, io nun mo scordo!”

Parole che, ad un uomo del XXI secolo, probabilmente, suonano folli, ma che, per un napoletano del ‘600, in pieno clima di Controriforma, risultavano chiare come un telegramma: “Anima in Purgatorio…stop…le mie ossa a Largo Mercatello…stop…Prenditi cura di me….stop…prega per me…stop…tu aiuti me…stop…io aiuto te…stop”

Fu così che l’antico culto romano dei Lares Familiares, gli spiriti protettori degli antenati che vegliano sulla casa, si fuse a Napoli con quello cristiano delle anime pezzentelle -termine che, non a caso, deriva dal latino petere cioè “chiedere per ottenere”- anime povere, quindi, perché “senza parenti” e per questo “anonime”.

E l’uomo o la donna prescelto/a dallo spirito non poteva non rispondere alla chiamata, sia per paura di una ritorsione del defunto -che si sarebbe vista negata la via per il Paradiso- sia perché spesso anche per l’eletto poteva rappresentare l’unica possibilità di salvezza.

Assicurare il “refrigerio”, il cosiddetto refrisco, l’alleviamento della pena all’anima, assicurava al vivo grazia e assistenza. Il vivo si recava nel luogo prestabilito e, vuoi per suggestione, vuoi per illuminazione divina, individuava la sua capuzzella, il suo teschio e lo accudiva.

Chissà chi (di certo, una donna), per prima, fu predestinata a quello della famosa Lucia. Ma non erano anonime le anime pezzentelle? Sì, ma, anche tra loro, ci sono quelle con qualche santo in Paradiso. E Lucia è Lucia.

Lucì, hai visto che servizio, ‘mo sì, ca staje pulita, pulita! E che cuscino!…Aspetta, fammi sistemare il velo, ecco, guarda comme staje belle cu sta curona! Lucì, ascolta a Linuccia tua. Tu che sai cosa vuol dire amare, tu che, per non tradire il tuo amato, sposando l’uomo prescelto da tuo padre, hai preferito il veleno all’altare. Lucì, fammella sta grazia, nun voglie murì zitella!

E se la possibilità di un amore vero muoveva le povere disgraziate, devote di Lucia… lavoro, soldi, salute, figli erano le richieste degli altri sventurati. Tanto che la venerazione, a volte, era così morbosa da rendere difficile individuare tra le due parti -stipulanti il patto di mutuo soccorso- chi fosse in realtà l’anima pezzentella.

Il fenomeno è sopravvissuto nei secoli tanto che, nonostante il divieto imposto dalla Chiesa, nel 1969, per vietare tale culto in contrasto con quello “sacrosanto” dei santi, ancora molti ricorrono alle povere “animelle”, ma, non essendo più una pratica riconosciuta, dalla devozione si è passati alla superstizione.

Non c’è partenopeo, infatti, che, passando davanti alla Chiesa di Santa Maria delle Anime del purgatorio ad Arco, sorta proprio per accogliere le capuzzelle, non passi la propria mano – rigorosamente la sinistra!- su almeno uno dei tre teschi per assicurarsi la buona ventura quotidiana.

Sì, va bene, ma cosa c’entrano le anime pezzentelle con l’illuminazione?

Ebbene, questione di miracoli! Quando la richiesta non veniva esaudita, il napoletano non perdonava: ‘a capuzzella ingrata veniva abbandonata per un’altra più riconoscente. Ma se la grazia avveniva, l’anima otteneva la pace in Paradiso e un lumino sulla Terra, nelle tante cappelle votive, o edicole, della città.

Per le vie ne sorsero a centinaia, così, il morto aveva il refrisco, il vivo, ciò che desiderava e, Napoli, l’illuminazione notturna.

Ed ecco, come, il popolo partenopeo ebbe la luce. Dimostrando, ahimè, una teoria tristemente nota in città: dove non arriva lo Stato, arriva la fantasia dei napoletani a colmare le sue mancanze.

Mi domando, allora: come mai lo Stato non si è accorto ancora che ai napoletani basta un “lumicino” per trovare la strada giusta?