Su come le anime pezzentelle ottennero il perdono e i napoletani, la luce!

Per chi conosce Napoli, è difficile immaginarla completamente al buio. Come tutte le grandi città, oggi, anche a notte fonda, le strade risplendono sotto le luci dei lampioni.

Ma non è stato sempre così. Prima che l’elettricità portasse il Sole anche dopo il tramonto, i vicoli erano illuminati da tremolanti lanterne a olio, solitamente di breve durata, non solo per esaurimento del costoso e quindi non abbondante combustibile, ma anche per l’abilità di briganti e furfanti di spegnerle a proprio vantaggio, in modo da creare l’atmosfera giusta per i loro misfatti.

Ecco, ora, proviamo a immaginare di camminare per le strade del 1600, quando, nel cuore di Napoli, dalle taverne non uscivano più profumi e voci chiassose e i lazzari a piedi nudi cadevano stremati per il sonno: il buio era talmente fitto e profondo che pareva ingoiare l’intera città sulla quale, del resto, il secolo XVII aveva fatto calare le tenebre anche di giorno.

In meno di cento anni, sul popolo napoletano, si abbatterono: un’eruzione, una rivolta, la peste e tutta l’indifferenza dei viceré spagnoli a cui era affidato il governo…risultato? I sopravvissuti si aggiravano come anime smarrite mentre, nelle fosse comuni, per stenti, fame e malattie si sovrapponevano strati di ossa appartenenti ad anime dimenticate.

Da quei cumuli, posti nelle zone extra-murarie -a Largo Mercatello (attuale Piazza Dante) o al cimitero delle Fontanelle, nella Sanità– iniziarono a levarsi delle voci: “Carmè”… “Antò”…”Cuncè” …”Sto cà, so je!”…”So je, pecchè m’è abbandunate”

Ma Carmela, Antonio, Concetta…spesso non rispondevano, morti anche loro o troppo presi a non morire; eppure, le loro invocazioni non restavano inascoltate, viaggiavano tra i palazzi, svoltavano gli angoli incustoditi e varcavano gli usci serrati per entrare nei sogni travagliati di sconosciuti sopravvissuti.

“Ajuto! Ajuto! Salvateme…. ‘o ffuoco, ‘o ffuoco brucia assaje!” urlavano lamentosi al povero sventurato che, agitandosi nel sonno, sudando, sul suo giaciglio logoro, ripeteva ad alta voce questi versi infernali, tanto da raggelare il sangue nelle vene di chi si fosse trovato spettatore di quell’improvvisa tragedia.

E, di certo, sarebbero stati scambiati per gemiti demoniaci, se la voce, nella testa del malcapitato, non avesse specificato la sua esatta collocazione sia nell’aldilà che nell’aldiquà: “è n’anno che so n’anema d”o Priatorio. Viene! Jo so ‘a capa cchiu bella ‘e Largo Mercatello, si m’ajute, io nun mo scordo!”

Parole che, ad un uomo del XXI secolo, probabilmente, suonano folli, ma che, per un napoletano del ‘600, in pieno clima di Controriforma, risultavano chiare come un telegramma: “Anima in Purgatorio…stop…le mie ossa a Largo Mercatello…stop…Prenditi cura di me….stop…prega per me…stop…tu aiuti me…stop…io aiuto te…stop”

Fu così che l’antico culto romano dei Lares Familiares, gli spiriti protettori degli antenati che vegliano sulla casa, si fuse a Napoli con quello cristiano delle anime pezzentelle -termine che, non a caso, deriva dal latino petere cioè “chiedere per ottenere”- anime povere, quindi, perché “senza parenti” e per questo “anonime”.

E l’uomo o la donna prescelto/a dallo spirito non poteva non rispondere alla chiamata, sia per paura di una ritorsione del defunto -che si sarebbe vista negata la via per il Paradiso- sia perché spesso anche per l’eletto poteva rappresentare l’unica possibilità di salvezza.

Assicurare il “refrigerio”, il cosiddetto refrisco, l’alleviamento della pena all’anima, assicurava al vivo grazia e assistenza. Il vivo si recava nel luogo prestabilito e, vuoi per suggestione, vuoi per illuminazione divina, individuava la sua capuzzella, il suo teschio e lo accudiva.

Chissà chi (di certo, una donna), per prima, fu predestinata a quello della famosa Lucia. Ma non erano anonime le anime pezzentelle? Sì, ma, anche tra loro, ci sono quelle con qualche santo in Paradiso. E Lucia è Lucia.

Lucì, hai visto che servizio, ‘mo sì, ca staje pulita, pulita! E che cuscino!…Aspetta, fammi sistemare il velo, ecco, guarda comme staje belle cu sta curona! Lucì, ascolta a Linuccia tua. Tu che sai cosa vuol dire amare, tu che, per non tradire il tuo amato, sposando l’uomo prescelto da tuo padre, hai preferito il veleno all’altare. Lucì, fammella sta grazia, nun voglie murì zitella!

E se la possibilità di un amore vero muoveva le povere disgraziate, devote di Lucia… lavoro, soldi, salute, figli erano le richieste degli altri sventurati. Tanto che la venerazione, a volte, era così morbosa da rendere difficile individuare tra le due parti -stipulanti il patto di mutuo soccorso- chi fosse in realtà l’anima pezzentella.

Il fenomeno è sopravvissuto nei secoli tanto che, nonostante il divieto imposto dalla Chiesa, nel 1969, per vietare tale culto in contrasto con quello “sacrosanto” dei santi, ancora molti ricorrono alle povere “animelle”, ma, non essendo più una pratica riconosciuta, dalla devozione si è passati alla superstizione.

Non c’è partenopeo, infatti, che, passando davanti alla Chiesa di Santa Maria delle Anime del purgatorio ad Arco, sorta proprio per accogliere le capuzzelle, non passi la propria mano – rigorosamente la sinistra!- su almeno uno dei tre teschi per assicurarsi la buona ventura quotidiana.

Sì, va bene, ma cosa c’entrano le anime pezzentelle con l’illuminazione?

Ebbene, questione di miracoli! Quando la richiesta non veniva esaudita, il napoletano non perdonava: ‘a capuzzella ingrata veniva abbandonata per un’altra più riconoscente. Ma se la grazia avveniva, l’anima otteneva la pace in Paradiso e un lumino sulla Terra, nelle tante cappelle votive, o edicole, della città.

Per le vie ne sorsero a centinaia, così, il morto aveva il refrisco, il vivo, ciò che desiderava e, Napoli, l’illuminazione notturna.

Ed ecco, come, il popolo partenopeo ebbe la luce. Dimostrando, ahimè, una teoria tristemente nota in città: dove non arriva lo Stato, arriva la fantasia dei napoletani a colmare le sue mancanze.

Mi domando, allora: come mai lo Stato non si è accorto ancora che ai napoletani basta un “lumicino” per trovare la strada giusta?

Pubblicato da tschiattarella13gmailcom

Nata a Napoli, dopo tanto peregrinare, oggi, vivo a Carate Brianza dove insegno lettere e racconto la mia città così come si è rivelata al mio sguardo quando, da cittadina "distratta", mi sono trasformata in turista innamorata

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