Come il poeta Virgilio è diventato un mago e Maradona, un Dio!

Avete presente il poeta mantovano Virgilio? Sì, proprio Publio Virgilio Marone, autore latino, “dannato” da Dante all’Inferno, ma riconosciuto come suo indiscusso maestro, nonchè sapiente guida verso il Paradiso; e, di certo, avete presente, il campione argentino, decisamente fuori dal comune, Diego Armando Maradona, il dannato del calcio, da poco scomparso, nel suo caso, “dannato” e basta.

Cosa hanno in comune queste due eccellenze della letteratura e dello sport, apparentemente, distanti anni luce?

Ebbene, ancora una volta, devo rispondere: Napoli! La città in cui tutto è possibile.

Sì, perché, nonostante l’abbia ascoltato da piccola, studiato all’università e letto per piacere, ancora non mi capacito di come un poeta vissuto nel I sec. a.C, nato a Mantova e vissuto a Roma, sia diventato un mago per i napoletani! E quando dico “mago” non intendo “artista dotato”, ma proprio “stregone, indovino, incantatore…”. Insomma, un Merlino, tutto nostrano.

Più nota, invece, la sorte di Maradona: approdato a Napoli “dopo una serie di sfortunati eventi”, ne è diventato prima paladino e poi… Dio. Ed anche in questo caso non si tratta di un semplice paragone, ma di un effettivo riconoscimento come “essere sovrannaturale” degno di essere venerato con tanto di preghiere e cappelle votive.

Ebbene, se da ex tifosa di calcio -sì, ho smesso, di punto in bianco, di esserlo, proprio come quando, un giorno, ti svegli e decidi che è ora di gettare il tuo pacchetto di sigarette- dicevo, se da ex tifosa e da prof. di lettere sono più propensa a credere in un poeta-mago che in un calciatore-Dio, devo, però, riconoscere che Diego è stato un simbolo del ‘900. Partendo dalla sua fisicità così lontana dai palestrati campioni di oggi -ugualmente dannati, ma diversamente perdonati- arrivando alla sua anima, così “pop” da poter essere facilmente immaginata su una gigantografia di Andy Warhol.

Tranquilli! Non parlerò dei meriti calcistici del fenomeno argentino, non ne ho competenza e non credo che ce ne sia bisogno: uno, perchè sono già stati ampiamente ricordati nelle scorse settimane e, poi, perché, penso, si commentino da soli.

In realtà, ciò che mi interessa con questo articolo è dimostrare perchè il processo di divinizzazione di Maradona non è frutto di una semplice manifestazione calcistica esasperata -o, peggio, di una mera suggestione popolare!- ma, come per l’acquisizione dei poteri di Virgilio, di una vera e propria forma mentis che trae le sue origini dalle origini stesse della città.

I Greci non furono i primi abitanti del territorio sul quale eressero, tra l’VIII e il VI sec. a.C., Partenope, il primo nucleo sul mare, e, poi, più internamente, Neapolis, la città nuova, ma, senza ombra di dubbio, sono loro ad averle dato l’ imprinting, per usare un termine caro sia alla genetica che al fantasy.

A loro, si deve il mito della Sirena (qualsiasi versione si scelga di seguire). A loro, la scelta di costruire la città in un luogo facilmente difendibile e strategico, ma al contempo capace di rispecchiare, in terra, le forze celesti e soprannaturali che lo governano. A loro, la devozione viscerale verso le più note divintà.

E chi ha messo in collegamento la cultura greca con quella romana, che, piano piano, si è sostituita alla prima sia a Napoli che nel resto del Mediterraneo?

Proprio Virgilio, che con il suo capolavoro, l’Eneide, ha compiuto un vero miracolo: rendere i rozzi guerrieri latini (non me ne vogliano i lettori romani!) meno “rozzi”. Come? Fondendo le due civiltà attraverso la figura del suo eroe, Enea: il principe troiano, scampato alla distruzione di Troia, che per volere del Fato, è riuscito, nonostante le mille peripezie, a fondare Roma.

Non solo, consideriamo anche che:

  1. Virgilio, secondo l’interpretazione cristiana, nella IV egloga delle Bucoliche, avrebbe predetto la nascita di Cristo, con ben quarant’anni di anticipo, avendo annunciato in quest’opera dell’arrivo di un fanciullino, nato da vergine, destinato a riportare l’Età dell’oro sulla Terra
  2. Questo autore studiò filosofia epicurea per lungo tempo a Napoli
  3. Dopo la sua morte, è stato trasportato ai piedi della collina di Posillipo e, qui, sepolto nella ancora visitabile Crypta Neapolitana, anche se i suoi resti non sono mai stati rinvenuti

A questo punto il quadro che giustifica la sua perfetta candidatura, nel Medioevo, a salvatore di Napoli, città piegata anche dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C e dalla precarietà dell’impero dei secoli successivi culminati nella fine della civiltà romana, dovrebbe essere più chiaro.

I napoletani avevano bisogno di un eroe e questo poeta miracoloso, indovino, sparito nel nulla e amante della città al punto da legare la sua “morte” a Napoli, faceva al caso loro. Nasce così Virgilio-mago, sulle cui imprese mi soffermerò nei prossimi articoli.

5 luglio 1984, Diego Armando Maradona, fenomeno del Boca Junior, ma reduce da un brutto infortunio ricevuto mentre giocava nel Barcellona, viene presentato allo stadio San Paolo di Napoli ai suoi nuovi tifosi.

L’argentino 24enne, di certo, dotato di poteri “quasi sovrannaturali” -come affermò il grande dirigente sportivo della Juve, Gianpiero Bonimperti-ma tozzo, grassottello e con una caviglia massacrata, in quello che è stato definito non un fallo, ma un crimine contro il calcio, non era stato ritenuto degno di meritarsi un posto nelle grandi squadre del Nord Italia. Juve di Bonimperti compresa.

Anche il popolo napoletano era reduce di un infortunio, il terremoto dell’80 che l’aveva piegato fisicamente e moralmente. Nell’immaginario collettivo, il termine “terremotati” si aggiungeva a “terroni” e “colerosi”, diffusosi negli anni settanata per l’epidemia di colera, nonostante i casi fossero stati circa un centinaio e le vittime appena una quindicina, su una popolazione di più di un milione di abitanti.

L’incontro del luglio del 1984 avvenne, pertanto, tra due moribondi. Due moribondi che ribollivano di rabbia ed energia: una miscela esplosiva. E il San Paolo esplose. Ottantamila spettatori per vedere un ragazzino palleggiare.

Il resto naturalmente è storia. Maradona ebbe la sua rivincita -almeno, in campo- e il popolo napoletano, il suo riscatto morale; per la prima volta, un club del Sud veniva paragonato alle grandi squadre europee. Grazie a Maradona, Napoli era sulla bocca di tutti non per l’arretratezza, per il colera, per il terremoto. I suoi problemi non erano scomparsi, ma finalmente le era permesso di gioire, di essere orgogliosa, di rialzare la testa, di guardare al futuro.

Nell’antica Grecia, una simile impresa non poteva che essere opera della “mano de Dios”.

Pubblicato da tschiattarella13gmailcom

Nata a Napoli, dopo tanto peregrinare, oggi, vivo a Carate Brianza dove insegno lettere e racconto la mia città così come si è rivelata al mio sguardo quando, da cittadina "distratta", mi sono trasformata in turista innamorata

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