La Cappella delle Illusioni

Era il 19 marzo. Lo ricordo perché le vetrine delle pasticcerie brillavano di gemme all’amarena, adagiate su soffici cuscini alla crema. Tagliando l’aria ancor fresca di fine inverno, addolcita dall’odore di zucchero a velo, io e la mia compagna di università ci facevamo forza a vicenda per non cadere in tentazione. Dovevamo raggiungere il luogo concordato con il professor Pacelli, docente di arte moderna  della “Federico II” che, quella mattina, aveva invitato noi, studenti di lettere, nei pressi del Duomo, per una lezione fuori porta. Naturalmente, eravamo in ritardo e il nostro assaggio annuale di zeppole di San Giuseppe andava sacrificato sull’altare della cultura.   

Arrivate a destinazione, ci ricongiungemmo agli altri corsisti e, solo in quel momento, scoprimmo che il Duomo, in realtà, non era la nostra meta. Camminammo ancora un po’ proseguendo per Via dei Tribunali, ma ci fermammo, dopo poco, dinanzi ad un classico palazzo del decumano maggiore: porticato a cinque arcate, sormontato da due piani a tinte chiare, in contrasto con i toni cupi del solido piperno, scelto per la parte inferiore.

Da allora, mi chiedo a quante cose non prestiamo attenzione solo perché date per scontato. Com’è possibile che né io né gli altri ragazzi sapessimo di avere un capolavoro, una camera delle meraviglie, lì, a due passi da noi.

Varcando la porta principale, basterebbero già la sola pianta ottagonale dell’interno, l’inaspettato soffitto a cupola, dalle cui finestre i fasci di luce giocano con le sei cappelle laterali e le grandi tele sulle pareti, per lasciare di stucco l’impreparato visitatore. E invece, gli occhi sono tutti per il dipinto frontale che, a ‘mo di un Trompe l’oil, ci riporta all’esterno.

Come spesso accade in questa magica città, nulla è come sembra. Il dipinto funge da portale e si è catapultati nuovamente nella consueta “ammuina”, confusione, di quei vicoli dai quali, solo apparentemente, pareva essersi sottratti.  E poco dopo è chiaro che la sacralità della cappella e il religioso silenzio sono solo apparenti.

In realtà, mi sento trasportata in un “vascio”, una classica abitazione napoletana, quelle che sorgono come tane ai pianterreni dei palazzi, un gradino più in basso rispetto al livello della strada, dalla cui soglia mi sembra di sbirciare. Ciò che mi si mostra è un crocevia qualunque, ma mi tocca sgranare lo sguardo per mettere a fuoco la scena.

Non capisco se è giorno o sera, non è dato saperlo, siamo quanto più in basso si possa essere, troppo lontani dal cielo per poter fruire della sua luce naturale. Non siamo nel paradiso della Napoli alta, quella dell’aristocrazia, della gente baciata dal sole. Siamo nella brutale quotidianità della povera gente, Forcella o Pizzofalcone, dove i vicoli diventano prigioni di pietra.

E se quelli che spuntano dalla penombra, dietro l’angolo, sono proprio i piedi di un corpo senza anima, forse è proprio l’inferno quello che ho davanti.

 Ma, forse, non tutto è come sembra: dall’angolo alla mia destra, spunta un  fiaccola che si fissa proprio nel mezzo dell’incrocio ed è la speranza di “vedere”, di comprendere il caos che sfugge alla Ragione, di ritrovare l’anima proprio dove pensiamo di averla persa. L’uomo senza vita non è solo nel buio,  avanza verso la sua sepoltura accompagnato dalla voce rituale del diacono e dalla calda fiamma della sua torcia.

Grazie al loro incedere, la luce svela altri elementi allo sguardo.

Solo in quel momento, i miei occhi cadono sulla schiena scoperta di un uomo che vedo solo di spalle, ma a pochi passi da me. Mi chiedo perché è lì, nudo, contorto in uno sforzo fisico così intenso da solcare con il piede il terreno che, smosso, si alza in uno sbuffo di polvere. Noto una stampella e decido di andare a soccorrerlo, ma in quel momento mi accorgo anche di un giovane con un bizzarro cappello piumato che gli sta porgendo qualcosa, una mano e un mantello.

Desisto, allora, anche perché la luce che avanza ha svelato, al mio sguardo curioso, un altro gruppo. Due sono chiaramente stranieri: dal cappello con la conchiglia del primo e il bastone dell’altro, di cui distinguo soltanto un orecchio che sporge dal giovane samaritano, non può che trattarsi di pellegrini in cerca di un alloggio. E detto fatto, ecco l’oste farglisi incontro.

In mezzo al trio, un altro uomo beve copiosamente l’acqua che sgorga, come per incanto, da uno strano oggetto che impugna fermamente nella sua mano, ma che non riesco a distinguere. Il volto segnato dalla fatica, la gola secca di chi non si è risparmiato, quelle, invece, le distinguo chiaramente. È la sete di chi è abituato a lottare per vivere e che, proprio per questo, sa godere delle semplici cose della vita.

Ma in questo teatro improvvisato, la sete non è l’unico bisogno: c’è anche la fame. Dal lato opposto della strada, un altro uomo, avanti negli anni, sporge con la sua barba bianca dalle grate di ferro che gli negano la libertà. Una giovane donna, dalle cui forme morbide e piene si evince lo status di neo mamma, con un gesto rapido e sicuro, perché frutto della consuetudine, lascia che una mammella sfugga all’ampia scollatura per appagare la fame dell’uomo dietro le sbarre. Non c’è erotismo, non c’è perversione. Anche la fame viscerale, sembra secondaria, perché è, in realtà, fame d’aria, d’affetto, di calore.

Solo il genio di Caravaggio, di passaggio a Napoli, poteva così sapientemente riportare tutte e sette le opere di Misericordia in un’unica tela, cogliendo così nitidamente l’essenza del paradisiaco inferno partenopeo.

Nell’ordine di citazione, seppellire i morti, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, alloggiare i pellegrini, dar da bere agli assetati e, infine, riprendendo l’immagine della Caritas Romana -Pero, che allattando il padre Cimone, per amore filiale, commuove i magistrati, salvandolo dalla pena- visitare i carcerati e dar da mangiare agli affamati.    

La bellezza del capolavoro di Caravaggio, Le sette opere della Misericordia, sta tutta nella terrena umanità delle sue figure, talmente vere, da far passare quasi in secondo piano lo spazio mariano, talmente umane, da ingannarci fino in fondo: più che all’apparizione della Madonna, con bambino ed angeli al seguito, ci sembra di vedere una donna dei quartieri affacciata ad un balcone, circondata da lazzari e lenzuola appese.

Se uscendo dalla cappella di Pio Monte di Misericordia vi state chiedendo dove è finito San Giuseppe, potete cercarlo nella prima pasticceria che vi capita. Ne ritroverete tutta la bontà in una bella zeppola, ma solo se avete avuto la fortuna di visitare Napoli proprio il 19 marzo.

Pubblicato da tschiattarella13gmailcom

Nata a Napoli, dopo tanto peregrinare, oggi, vivo a Carate Brianza dove insegno lettere e racconto la mia città così come si è rivelata al mio sguardo quando, da cittadina "distratta", mi sono trasformata in turista innamorata

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