Era il martedì che precedeva la quaresima. Anno 1656. Napoli era agonizzante, schiacciata dal secolo delle crisi e dalla mala gestione dei viceré spagnoli, ma se c’era una conquista che il popolo aveva ottenuto sotto gli stranieri governatori, questa era la possibilità di festeggiare il Carnevale, in epoca aragonese, appannaggio esclusivo dei nobili.
Non più, quindi, solo abiti sontuosi, armature scintillanti e tornei riservati al patriziato partenopeo, ma una rappresentazione della vitalità del popolo che raggiungeva la sua massima espressione in Via Toledo e in Largo di Palazzo, attuale Piazza Plebiscito.
Il cuore della Napoli spagnola ribolliva come un pentolone di ragù: le diverse tipologie di carni da quelle nobili a quelle meno raffinate si confondevano in un’indistinta e palpitante massa che almeno per un giorno sovvertiva il rigido ordine sociale.
Ed ecco l’abito e il mantello verdi, a strisce gialle, di Tartaglia, il goffo medico balbuziente e senza scrupoli, accanto al Capitan Matamoros, lo Spagnolo, erede del Miles Gloriosus, il soldato vanaglorioso della commedia latina. A seguire, il Cavadenti, un plebeo ricoperto di sontuosi abiti, vecchi e sgualciti, che con una grossa tenaglia estraeva ai passanti, intere mascelle -per scherzo, si intende!- che camminava a braccetto di un buffo Pascalotto, il mastro di festa, truccato e vestito da donna, per questo, bersaglio preferito degli scugnizzi.
E, naturalmente, non poteva mancare la pigra, ironica, opportunista e chiacchierona maschera bianca e nera col naso adunco, Pulcinella, che proprio agli inizi del ‘600 era stata portata alla ribalta da uno dei più grandi interpreti della Commedia dell’Arte, Silvio Fiorillo. Maschere e carri, riccamente addobbati, coloravano e animavano le vie della città, in cui risuonavano all’unisono i canti carnevaleschi.
Ma quel martedì grasso del 1656, alle scene allegoriche dei carrozzoni, si aggiunsero, per la prima volta, salumi e formaggi che penzolavano ai lati dei Carri-Cuccagna legati alle quadriglie dei baroni, dei Cavalieri e delle Corporazioni delle Arti. Come reagì il popolo napoletano alla vista di tanta abbondanza?
Nell’unico modo in cui può reagire un affamato: assaltando i carri e saccheggiando ogni cosa. Ciononostante, l’esperienza fu gradita: i nobili si divertivano alla vista dell’istinto animalesco che prevaleva sulla ragione per aggiudicarsi un salame e la povera gente, grazie alle briciole racimolate, trovava la forza per aspettare l’estate.
Anno dopo anno, però, la folla diventava sempre più, disciplinatamente, indisciplinata, tanto da indurre Carlo di Borbone, nel 1746, a decidere di allestire i carri a Largo di Palazzo, senza farli sfilare per le vie della città, sorvegliati da truppe armate fino al momento in cui veniva dato loro il permesso del saccheggio.
Se i carri avevano perso la loro funzione originaria, non erano più necessari e, al loro posto, furono realizzate delle vere e proprie “Cuccagne”, dei veri e propri paesi ricchi di ogni ben di Dio: colline di prosciutti, strade di caciocavallo, addirittura fontane da cui zampillava vino pregiato.
Nella sua storia del carnevale napoletano, la francese Sara Gouder, discussa amante di re Ferdinando I di Borbone, ci tramanda che lo sparo del Cannone di Castelnuovo (Maschio Angioino) dava il segnale dell’assalto alla cuccagna, ma precisa anche che “il fumo del cannone non si era ancora dissipato, che tutto era sparito fino all’ultimo pezzo”.
Ma, nell’anno 1764, teatro di un’altra terribile carestia, il popolo, nuovamente esasperato, aggredì i militari, facendo razzìa del boccacciano paese di Bengòdi ancor prima di udire lo sparo del cannone. Ne seguì una cruenta rivolta con numerose perdite da ambo le parti e una medesima tragedia si ripeté nel 1778.
L’anno successivo sulla “Gazzetta Universale” del Regno di Napoli fu annunciato che non sarebbero più state allestite “Cuccagne”.
Certo, rimasero le sfilate, i cortei delle maschere, il frastuono degli strumenti di Piedigrotta, i tanti scetavaiasse, rudimentali violini, i putipù, tamburi a frizione e i triccaballacche, martelletti che lavorano a percussione, ma niente più isole mangerecce. Era la morte del Carnevale e, se Carnevale era morto, ci voleva un funerale.
Da allora, ogni Martedì Grasso, non importava in quale quartiere ci si trovasse, il Mercato, il Pendino, il Porto, la sentenza dei medici era la stessa:
‘A ditto lu miedeco de lu Mercato
Che Carnevale sta malato
Coro (E gioia!)
‘A ditto lu miedeco de lu Pennino
Che Carnevale sta malato dint ‘e stentine (negli intestini)
(coro) E gioia!
‘A ditto lu miedeco de vascio Puorto
Che Carnevale sta malato n’cuorpo ( in corpo)
(coro) E gioia!
E vui ca l’avite visto st’anno
Lu puzzate vede ‘a ca a cient’anne
(E voi che lo avete visto quest’anno, lo possiate vedere/vivere da qui a cent’anni)
Vale a dire: “Carnevale è spacciato, ma per noi c’è qualche speranza”. Grido levato, tra gemiti e lamenti, dalle donne napoletane, ultime eredi delle “prèfiche” antiche, pagate proprio per assistere ai funerali. Davanti a loro non più un carro allegorico, ma un vero e proprio carro funebre, sul quale un grasso, grosso fantoccio di Carnevale morente, veniva mostrato a tutta la città, simboleggiando la fine dell’inverno e delle negatività dell’anno passato.
Negli ultimi anni, si è persa anche quest’ultima rappresentazione e, il martedì grasso, ultimo giorno di carnevale, solo i più tradizionalisti chiudono la festa, preparando una pantagruelica lasagna (talmente ricca che farebbe impallidire una qualsiasi omonima bolognese), un sanguinaccio, divenuto nel frattempo solo “’naccio” perché privato della sua “essenza sanguigna”, ovvero ridotto a un’avvolgente crema al cioccolato in cui si intingono delle fragranti chiacchiere.
Non è che stavolta avevamo proprio bisogno di rinnovare gli antichi costumi con la speranza che Carnevale portasse via con sé la tristezza dell’anno passato?