Alle spalle della Basilica di San Francesco di Paola, che a mo’ di una gabbia toracica abbraccia Piazza Plebiscito con il suo colonnato, precisamente al civico 14 del Vico che congiunge via Egiziaca a Pizzofalcone e via Nuova – sì, proprio il quartiere da cui partono le indagini del famoso ispettore Lojacono – c’è una casa dagli alti soffitti in cui, all’inizio degli anni sessanta, nacque mio padre.
Niente di strano, se non fosse che, proprio nelle ampie camere di quella classica abitazione dell”800, di tanto in tanto, la famiglia riceveva un ospite speciale.
“Ah, voi qua state!” immagino chiedesse mia nonna, l’unica a cui fosse data la possibilità di vederlo, quando, dal nulla, sbucava nel suo saio marrone.
“Buongiorno, ‘onna Sisì!” credo rispondesse la goffa figura, abbassando il cappuccio a punta che, cadendo sulle spalle, lasciava scoperta una testa talmente grossa da apparire come un enorme carciofo su un gambo reciso.
“Vi vedo un po’ contrariato monaciè! Vi abbiamo fatto arrabbiare?” avrebbe chiesto, di certo, allarmata, mia nonna Sisina, vedendo il suo viso -già sgraziato per natura- crucciato in una smorfia.
“Non vi preoccupate, onna Sisì! Voi non avete nulla da temere, ma se fossi nei vostri vicini, i Gigante, non dormirei sonni tranquilli!” e non sarei proprio voluta essere nei panni di quegli sventurati.
Non metto in dubbio che potessero essersi macchiati di qualche misfatto, ma non so cosa avrei temuto di più per loro, se l’ira del lugubre spiritello o il semplice fatto che abitassero proprio accanto a mia nonna, nota nel quartiere per il temperamento impetuoso, diciamo da “femmina verace”. Ma, come si dice, questa è un’altra storia.
Quel giorno, invece, mia nonna per la prima volta incalzò con le domande:
“E che hanno fatto?” la discrezione non era sicuramente il suo forte.
“Che hanno fatto? Cosa non hanno fatto!” rispose il buffo ometto accendendosi in volto come un cerino in fiamme.
“We, non ve facite ‘o sang ‘amare! Accomodatevi e raccontatemi tutto, vedrete che vi sentirete meglio.” cercò di calmarlo la padrona di casa, allontanando la sedia dal tavolo come per invitarlo a sedersi.
“è proprio di questo che parlo! Voi avete sempre una parola gentile, un gesto accogliente, un pensiero per me, insomma…quelli nemmeno un bicchiere d’acqua o un tozzo di pane. Proprio come la famiglia Frezza, quella dei mie nonni materni, brutta gente, proprio brutta gente!”
“Frezza, ma chi, ‘a famiglia ‘ro salumiere?!” abbaiò mia nonna con tono inquisitorio.
“No, signò, quale Pasquale ‘o salumiere! I miei nonni erano pezzi grossi, dei ricchi mercanti della Napoli di qualche anno fa. E, oltre ad essere abili negli affari, erano stati anche baciati dalla fortuna, ricevendo una figlia graziosa come mia madre, Caterina.
Perché, a quel tempo -dovete sapere, ‘onna Sisì- che una bella ragazza poteva essere un tesoro, una preziosa merce di scambio per un matrimonio fruttuoso. Ma il destino aveva altri programmi per noi.
Mia madre, oltre ad essere bella, aveva un animo grande e quando l’Amore bussò alla sua porta, lei non potè fare a meno di aprire. E chi c’era dietro? “
“Vostro padre?” chiese la sua attenta interlocutrice.
“Stefano Mariconda! Sicuramente ‘nu bellu guaglione, ma povero e sfortunato assaje. Sapevano entrambi che nessuno avrebbe mai accettato la loro unione e che per questo non sarebbe durata a lungo.
Così si amarono come più poterono, con anima e corpo, come per colmare i vuoti dei giorni che non avrebbero vissuto, travolti dalla passione e dal profumo delle lenzuola, stese sui tetti di Napoli, dove si davano appuntamento. “
“Ma proprio su uno di quei terrazzi, tra la luce abbagliante e il bucato che svolazzava al vento, la tenerezza del loro amore fu bruscamente interrotta. I miei zii riservarono la loro anima al diavolo e spedirono quella di mio padre, dritta, dritta, al creatore.”
“E vostra madre?” chiese ‘onna Sisina ormai pienamente coinvolta nella narrazione
“Giusto il tempo di darmi alla luce, in un convento, e la povera Caterina morì di dolore.”
“E voi? Siete rimasto coi nonni?”
“Oh, no! Dopo l’affronto subìto e l’omicidio perpetrato, se pure ci fosse stata una possibilità di essere accettato in quella famiglia, la speranza svanì nel momento in cui mi videro, perché -vuoi per il dispiacere provato da mia madre vuoi per le maledizioni che i miei cari mi dedicarono- nacqui così come sono davanti a voi: un piccolo sgorbio.”
“Uno sgorbio, ora. Che esagerazione! ‘Nu poco…. curiusiello!” sottolineò l’ascoltatrice tentennando come chi fatica a trovare il termine adatto.
Il buffo omino alzò la gobbetta e i grossi e tondi occhi al cielo, poi, continuò “Nei primi anni, stetti con le monache che provvidero a cucirmi un piccolo saio, rendendomi il loro “piccolo monaco”, o più semplicemente ” ‘o monaciello”!
Ma le pareti del convento non mi appartenevano e presto le lasciai. Fu a quel punto che dovetti confrontarmi con lo sguardo e la cattiveria del mondo; imparai a muovermi nell’ombra per non essere visto e, piccolo e deforme come ero, a provvedere all’unica occupazione adatta ad una creatura mostruosa come me: la manutenzione dei pozzi della città.”
Fece una breve pausa e poi riprese il racconto come se stesse seguendo un copione scritto:
“Nelle viscere della terra mi sentivo libero, libero di girare la mia città. E se la superficie mi era preclusa, tra un pozzo e l’altro, avevo anche la possibilità di saltare da una casa all’altra, di conoscere persone pronte ad accogliermi o che al contrario non mi riservavano lo stesso trattamento.
Inizialmente ci stavo male, ma poi ho imparato a vendicarmi, del resto sono o no il degno nipote dei miei perfidi nonni? Un giorno sparivano le chiavi, un’altra volta toccava a una provvista accuratamente conservata, poi, ho cominciato a rompere piatti e mobili e a dare libero sfogo alla fantasia, in alcuni casi, sono anche passato alle maniere forti.” E dimenò la mano nell’aria per simulare un colpo in pieno volto
“Poi, una sera, mi stavo calando in una cisterna, aggrappandomi ai pioli di ferro che sporgevano dalla parete di tufo, stavo per toccare il bordo di una vasca col piede, quando mi sentii afferrare alle spalle e gettare con violenza, a faccia in giù, nella fredda acqua del pozzo.
Ricordo il rumore dell’acqua scossa e schiaffeggiata dalle mie braccia che tentavano di liberarsi dalla presa, poi, il silenzio. Il mio corpo galleggiava inerme, ma io ero là a guardarlo.
Da allora, non c’è più stato bisogno di entrare nelle abitazioni dalla botola dei pozzi o nascondermi nell’ombra, io ero l’ombra!”
“Chi è stato ad uccidervi?” chiese mia nonna con un filo di voce
“I miei cari parenti. Oppure, gente che non aveva gradito i miei servizi. Non l’ho mai saputo! Del resto, di amici, non ne ho mai avuti molti. Per questo, ora, devo proprio andare: questo eccesso di familiarità mi sconcerta. Grazie per la chiacchierata, ‘Onna Sisì.”
Mia nonna non fece in tempo a replicare che il gobbetto, alzatosi di scatto dalla sedia, batté tra loro i grossi scarponi neri due volte e sparì come un’ombra all’arrivo del sole, non senza lasciare prima un sacchetto pieno di monete sul tavolo come per ringraziarla del tempo dedicatogli.
Mia nonna seppe dalla famiglia Gigante che per un mese le chiavi furono al loro posto, il nuovo servizio di piatti risparmiato e il sonno preservato.
“Che la conversazione avesse fatto bene all’anima del piccolo monaco sventurato?”
Ma quando questo tornò e i vicini di mia nonna non la presero molto bene, il giorno che trovarono il loro bimbo di cinque mesi che dormiva sul davanzale, anziché nella culla, dove era stato lasciato, decisero che era il caso di deporre le armi e abbandonare l’appartamento.
Il giorno del trasloco mia nonna si affacciò al balcone che dava sul vicolo per vedere gli ultimi preparativi della partenza. Quando il carretto dei Gigante, pieno di cianfrusaglie, si mosse, per lasciare il civico 14 per sempre, dall’alto di un materasso arrotolato, un buffo omino appollaiato in cima, agitando la mano verso mia nonna, allegramente canticchiava così: “Si trasloca, si trasloca, si trasloca, za, za, zà…”
MORALE: La prossima volta che perderete le chiavi o il cellulare o che qualcosa in casa non funzionerà, e i vostri cari giurano di non essere coinvolti, provate a chiedere al monaciello. Ma -mi raccomando!- fatelo gentilmente!